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Melancholie

18 Ott

Ludwig non beve mai durante i pasti, ma ultimamente la mattina puzza d’alcol da non potergli star vicino. Ha gli occhi chiari, lui, e quando parla li fa roteare come se stesse seguendo un insetto.

La sua pelle rossa sembra avergli risolto il viso in una smorfia. Oggi indossava una delle sue vecchie giacche in tweed oversize. Quelle di cui non si capisce a che punto inizia la manica e finisce la spalla, e ciondola, Ludwig. Ciondola come se si stesse cullando da solo.

Grzegorz è un ragazzotto giovane, che parla un inglese incerto. Credo sia di origini polacche. Ha una pelle liscia, quasi glabra, i lineamenti poco decisi e due occhi da ladro. Quando mi parla tiene sempre qualcosa in mano, il più delle volte una tazza di caffè. Crede di fregarmi Greg. Pensa non abbia capito che è un coglione. Ma io lo guardo sempre negli occhi. Non lo mollo mai.

Io, Ludwig e Grzegorz. In una Monaco che odora di gomme d’auto e di asfalto bagnato, in un ristorante del centro, mentre Ludwing non parla. Non parla da ore e il suo silenzio occupa un posto in più a tavola.

Greg prende birra a litri e più ne butta giù e più i suoi occhi scivolano nella mia scollatura. La sua banalità   mi buca la testa come un punteruolo. “Mi ricordi mia moglie. Lei è Spagnola. Sei un po’ farandulera, tu”

“Ma si, farandulera. Farandulera tua sorella”

Ride, ma solo perché non ha capito un cazzo.

Guardo Ludwing, che cerca un’uscita dal suo labirinto di pensieri e mi aspetto che di li a poco possa mettersi a parlare da solo, o possa piangere. Urlare. Prendere i piatti e lanciarli per terra. Ammazzarci tutti. Non so. Qualcosa di certo farà.

“Il conto lo pago io con la carta dell’azienda”, dice Greg mentre si avvicina al proprietario.

Mi alzo. Ludwig non si muove. Fissa le sue mani chiuse. Forse sta pregando. Mi risiedo. L’altro torna con l’aria di chi  ha appena offerto un giro a tutto il locale. Noi restiamo lì lasciandolo andar via con fare da escluso. Dev’esserci abituato.

C’è una cappa di tristezza mista a complicità, ora, al tavolo, che ci piega la testa come se avessimo addosso  una coperta pesante. Ci esclude da tutto.

“Whysky?” Sussurra.

“Io un Gin tonic”.

“Mia moglie se n’è andata”

Ingoio le sue parole senza muovermi.

“La mia terza moglie se n’è andata”

Dopo due ore, tanti bicchieri e nessun’altra parola ci alziamo.

“Abiti lontano Ludwig?”

“Vivo negli Hotel”

Mi è sembrato di sentire il tuo odore, amore mio. Quello del piccolo spazio di pelle tra l’orecchio e la barba. Quello dove respiro di notte. Dove appoggio le labbra.

E ho avuto paura.

 

*Fumo denso – Otto Ohm