Archivio | agosto, 2012

Cosa mi dici mai?

31 Ago

Il sedile scricchiolava mentre cercavo di mantenere un certo equilibro. Guardavo il liquido giallastro tra le mie mani cercando di immaginarlo come fosse vero caffè. Anche un po’ più caldo, se possibile.

Sono le 5.30 del mattino, e qui, in questo posto, c’è odore di sudore e di terra. Le pareti non finiscono. Ve lo giuro. Si fermano a metà, facendo intravedere un’alba di fuoco e cobalto da toglierti il fiato.

Un aereo ad elica parte a fatica dalla pista e le persone si sporgono per vederne il decollo, o forse, solo per sincerarsi che la faccia. Anche il vetro non arriva al soffitto e che sciocca, ho capito ora il perché.

Qui si muore dal caldo. Non c’è aria. Ho delle Adidas ai piedi e un paio di pantaloni con tasche laterali ormai appiccicati alla pelle. Avrò perso 2 Kg e dormito un paio d’ore.

-Sono vestita come una quindicenne- penso, anche se ne ho una di fronte ed è tutt’altra storia.

In effetti ho più del doppio dei suoi anni e la guardo. I miei capelli arruffati, quando scorgono un infradito gioiello così fuori luogo, sembra si gonfino ancora di più.

Sia chiaro, sono per ogni scarpa appariscente, affilata e anche un po’ da battona. Ma tutto, dico, quando serve.

La guardo, dicevo,  ciabattare con i suoi capelli dritti strisciati di giallo, il rossetto, la matita, il rimmel, l’ombretto e pure, ma ammazzati, il fondotinta. Mastica una gomma come se ne avesse una da circa 4 etti in bocca. Vocia, ride sguaiata, ed è palesemente intenta ad attirare l’attenzione, mentre i leggings non lasciano a noi poveri spettatori che un impietoso perizoma a filo, se non altro senza strass.

-Perché mi obblighi a questa volgarità? –

Mi sveglia da quel torpore in cui ero calata e noto di fronte a me un signore sulla settantina, composto ed ordinato, che sottovoce chiacchera con un amico. E’ così dignitoso, lui. Così risolto nella sua piccola borsa di pelle sulle ginocchia ed una camicia di lino di cui posso sentire l’odore di pulito da qui. Lo riconosco in un attimo. E’ proprio lui. Il fastidio che sentivo da piccola nel vederlo sbatte contro la sua presenza discreta, soccombendo. Non ce la faccio più ad odiarlo. Sono sopraffatta dalla mia e dalla sua età.

La bimba minchia gli passa di fronte ignorante. “Mamma cazzo, ma dove porca puttana è il mio ipod?!”

E’ troppo.

Mi alzo “Che hai detto?! No, ma dico io. E’ questo il modo di rivolgerti a tua madre?! E lavati la faccia, e sputa quella gomma, e chiedi scusa alla gente qui seduta, e ricomponiti che ti si vedono le mutande, e mettiti delle scarpe decenti che hai i piedi neri,  e abbassa la voce, Santoiddio, s-t-a-i z-i-t-t-a.”

Memo Remigi serra le labbra interrompendosi. Probabilmente con quel chiasso non riusciva a sentire nemmeno ciò che stava dicendo. Tiene lo sguardo basso aspettando che il teatrino finisca. Si sospende.

Io lo guardo. Alla fine quel topo era detestabile, ma un po’ di rispetto per lui e per la mia infanzia qualcuno lo deve.

Sono le 6.00 del mattino. E sono molto stanca. Ho voglia di tornamene a casa, perché se ripenso seriamente al viaggio appena finito vorrei stare qui ancora ed ancora.

Io, dal mio sedile, non mi sono mai alzata. Non mai urlato né parlato. Non ho strigliato la ragazzetta né le ho rivolto la parola. Ma avrei tanto voluto farlo.

“Posso farle una foto?”

Lui sorride.

Sto invecchiando.

2012

27 Ago

Oh, che anno di merda questo, per gli Armstrong.

Che tu

1 Ago

Che sia tu il mio ricciolo tormentato a morte, il sussulto di notte, la mano malferma, il caffè per pensarci meglio. Ogni frase detta e ritrattata, rivista e perdonata. Una giustificazione per la notte da non vivere da sola.

Che sia tu ad interrompermi il sonno anche di giorno, ad occhi spalancati.

No, che non è vero.

Tu fermi la mia realtà come lo fanno le speranze più dei bei pensieri.